Sulle garanzie processuali e sulla tutela dei diritti fondamentali

21/11/2019

Recenti orientamenti della giurisprudenza di legittimità
Garanzie processuali e tutela dei diritti fondamentali*

1. Premessa

Il ruolo della giurisprudenza di legittimità è stato, negli ultimi anni, nella materia del diritto di famiglia e del diritto minorile, fondamentale.

Le novità legislative più significative sono intervenute proprio a seguito di spinte provenienti dalle sentenze della Suprema Corte che ha dovuto, anche colmando evidenti e gravi lacune normative, attraverso un’interpretazione puntuale ed approfondita, ma soprattutto sistematica, delle fonti vigenti, dare risposta alle istanze sociali portate alla sua attenzione, indicando al legislatore la strada da percorrere e la direzione da seguire.

Obiettivi privilegiati, nel bilanciamento fra opposti e concorrenti interessi, sono stati, nelle decisioni della Corte, la tutela della persona e della personalità umana, dei diritti fondamentali e delle relazioni familiari, funzionali queste ultime sempre più alla realizzazione dell’individuo ed alla costruzione della sua identità.

Sul piano sostanziale, nelle pronunce della Corte, la dimensione individuo – famiglia si è dilatata al massimo, fino a comprendere tutte le vicende che riguardano l’agire e l’essere umano nelle relazioni affettive. Soprattutto si è riconosciuto ed affermato il primato della relazione sociale ed affettiva rispetto al benessere psicofisico di ogni soggetto, sicché alla tutela dell’individuo e dei suoi diritti si è di fatto affiancata la tutela delle relazioni.

Non vi è dubbio, a titolo meramente esemplificativo, che in quest’ottica vadano inquadrati i più recenti orientamenti sull’amministrazione di sostegno, sulla relazione di cura e dunque sul consenso informato, sulla genitorialità sociale.

Sul piano processuale l’attenzione si è concentrata, al fine di garantire tutela adeguata alle situazioni giuridiche riconosciute come meritevoli, sulle garanzie costituzionali - diritto alla difesa e al contraddittorio, e sul piano della tempestività ed effettività nella fase dell’esecuzione dei provvedimenti giudiziari oltre che, naturalmente, sul sistema delle impugnazioni.

2.  Procedure familiari e minorili.

Il procedimento di separazione e divorzio, in particolare, continua a suscitare, ormai da un po’ di anni,  i medesimi interrogativi.

Fra questi:
-       il ruolo della fase presidenziale, in ragione delle diffuse prassi del tutto diversificate in cui la natura e la funzione dell’udienza presidenziale e della relativa ordinanza sono a volte in parte vanificate;
-       il cumulo fra la domanda principale di separazione o divorzio e le domande accessorie a contenuto economico, quali la domanda di risarcimento del cd. danno endofamiliare (Cass. n. 3316/2017);
-       la prova dell’addebito ed i rapporti con la tutela della riservatezza;
-       il contenuto eventuale e successivo dell’accordo per la separazione consensuale;
-       l’impugnabilità dei provvedimenti emessi in corso di causa dal Giudice istruttore ex artt. 709 ter c.p.c. e 709 ult. comma c.p.c.;
-       tutti gli aspetti connessi alla determinazione della giurisdizione e della competenza territoriale in presenza di elementi di internazionalità e di fonti nazionali e sovranazionali concorrenti.   

Sul piano del diritto minorile, ancora più nello specifico, ove si parla di tutela dei preminenti personalissimi diritti dei minori – secondo la definizione della Corte Costituzionale (n. 83/2011) -  negli ultimi anni, anche con un cambiamento a volte significativo del proprio pensiero, la Suprema Corte di Cassazione ha avuto modo di preoccuparsi ed occuparsi delle garanzie processuali connesse alla posizione dei minori, destinatari sostanziali degli effetti dei provvedimenti;  é soprattutto in questo settore che il rispetto dei tempi e delle garanzie costituzionali è apparso fondamentale e si è imposta una verifica del sistema, non pienamente soddisfacente.

Già nel 2017 le Corti sovranazionali di Strasburgo e dell’Unione Europea avevano avuto occasione di ribadire che centrale nella effettività della tutela dell’interesse superiore del minore è il fattore tempo.

I diritti dei minori necessitano di una risposta rapida da parte delle autorità competenti. Non è un aspetto che possiamo dire risolto o senza criticità. Basti pensare che si discute, nelle aule e nelle sentenze delle Corti di merito, della possibilità di presentare richiesta per una consulenza psicodiagnostica nelle forme dell’accertamento tecnico preventivo, proprio al fine di compensare i tempi della giustizia, soprattutto di quella ordinaria.

Ci dovrebbe essere poi un’uniformità di riti, che non c’è. Regole processuali certe ed uguali per tutti. Il sistema è frammentario quanto alle competenze. Il Tribunale ordinario è competente ai sensi dell’art. 38 disp. att. c.c. nella nuova formulazione, risultante dalla legge n. 219/2012: in pendenza di giudizio di separazione, divorzio o ex art. 316 c.c., e fino alla sua conclusione, le azioni ex artt. 333 e 330 c.c. – procedimenti cd. de potestate - spettano al Giudice del conflitto (Tribunale ordinario o Corte di Appello). Il Tribunale per i Minorenni continua a conservare competenza quando la domanda sia stata proposta prima della domanda di separazione o divorzio, ovvero in assenza di un procedimento già pendente fra le parti in cui si discute solo o anche di genitorialità.

Sono invece rimasti nella competenza del Tribunale per i minorenni i procedimenti di adozione (Cass., n. 2833/2015), che beneficiano di un rito speciale.

La separazione delle competenze non è cosa di poco conto e la formulazione non chiarissima dell’art. 38 ha generato discussioni e perplessità, anche sul piano delle garanzie processuali.

Le prime modifiche della norma in questione risalgono, indirettamente, alla legge n. 54 del 2006, con l’introduzione dell’art. 709 ter c.p.c. (riflessione di Flavio Astiggiano, Competenza funzionale e territoriale per i provvedimenti in materia di affidamento dei minori, in Fam e dir., 1, 2019, p. 26 ss.): il giudice della crisi familiare è chiamato a pronunciarsi anche sulle gravi inadempienze e sugli atti che recano pregiudizio al minore e/o ostacolano il corretto svolgimento delle modalità di affidamento, con esclusivo riguardo alle esigenze di tutela degli interessi della prole. La legge n.  219 del 2012, con il decreto legislativo n. 154 del 2013 ha poi, nella stessa direzione, attribuito sempre al Giudice ordinario la competenza in tema di affidamento e mantenimento per i figli nati fuori dal matrimonio e modificato l’art. 38 disp. att. c.c. prevedendo che: per i procedimenti di cui all’art. 333 c.c. resta esclusa la competenza del tribunale ordinario nell’ipotesi in cui sia in corso, tra le stesse parti, un giudizio di separazione o divorzio oppure un giudizio ai sensi dell’art. 316 c.c.; la competenza resta radicata al tribunale ordinario per tutta la durata del procedimento, anche per i provvedimenti contemplati dalle disposizioni richiamate nel primo periodo (dunque anche, nonostante si siano poi creati orientamenti minoritari difformi, per l’art. 330 c.c.); il tribunale ordinario ha competenza residuale per tutti i provvedimenti per i quali non è prevista la specifica competenza del tribunale per i minorenni.

Oggi, pertanto, sono i Giudici del Tribunale ordinario a doversi pronunciare, in pendenza di un procedimento sull’esercizio della genitorialità, su eventuali condotte assunte dai genitori e pregiudizievoli per i figli; può farlo il Presidente del Tribunale, in fase presidenziale, può farlo il Giudice istruttore della separazione, può farlo direttamente il Collegio se si tratta di figlio nato fuori dal matrimonio. Dovrà essere garantita la reclamabilità dei provvedimenti assunti: sarà reclamabile al Collegio il provvedimento del giudice istruttore emesso ex art. 333 c.c. (mentre non lo è quello emesso ex art. 709 ult. comma c.p.c.)

3. Dalla competenza funzionale alla competenza territoriale.

“Il procedimento relativo all’affidamento di minori di genitori non coniugati si instaura nel luogo di residenza abituale del minore (come avviene per la maggior parte dei procedimenti civili minorili), da ritenersi quello nel quale il minore stesso ha consolidato, consolida, oppure, secondo un giudizio prognostico, potrà consolidare, una rete di relazioni, di affetti, tali da assicurargli uno sviluppo psicofisico armonico”

(Cass., Sez. VI-1, 12 dicembre 2017, n. 29839, ord.)

Le più recenti sentenze della Corte di Cassazione si sono occupate, dopo le questioni connesse alla competenza funzionale, di competenza territoriale, soprattutto quando si discute di figli nati fuori dal matrimonio. Come è noto anche per la determinazione della competenza territoriale non esiste una uniformità di regole, sicché, dopo aver individuato la competenza funzionale ex art. 38 disp. att. c.c. è necessario che si presti attenzione all’individuazione del tribunale territorialmente competente.

Uniformandosi alle sentenze a Sezioni unite n. 11915/2014 e n. 5418/2016, la sesta sezione civile della Corte di legittimità si è soffermata sul concetto di “residenza abituale del minore” (Cass., n. 29839/2017) ribadendo che l’assenza di una definizione nella normativa interna non si traduce in una lacuna ben potendosi fare riferimento alla Convenzione de L’Aja del 25.10.1980 sugli aspetti civili della sottrazione internazionale dei minori e al Reg. UE n. 2201/2003 sulla competenza sul riconoscimento e sull’esecuzione delle decisioni in materia matrimoniale e in materia di responsabilità genitoriale. Nel 2016 le Sezioni Unite avevano precisato che il significato da attribuire all’espressione è quello di “luogo del concreto e continuativo svolgimento della vita personale del minore”, ovvero come luogo in cui in senso sostanziale e non formale il minore ha fissato il centro abituale delle sue relazioni, dei suoi legami affettivi (ex art. 1 della Convenzione de L’Aja). Si è poi precisato che è attraverso il Regolamento dell’Unione Europea del 2003  che la giurisdizione si radica nel luogo delle residenza abituale anche qualora uno dei genitori abbia improvvisamente sradicato il figlio facendo affidamento sulla possibilità di ricorrere al giudice del luogo in cui lo ha condotto. Nella sentenza della Suprema Corte del 2017, residenza del minore è pertanto il luogo in cui egli ha consolidato, consolida oppure, secondo un giudizio prognostico, potrà consolidare, una rete di relazioni e affetti tale da assicurargli uno sviluppo psicofisico armonico. 

 4. Le regole del processo

“In tema di contributo al mantenimento dei figli minori nel giudizio di separazione e divorzio, è legittima l’acquisizione di una relazione investigativa sulle condizioni reddituali di una parte prodotta per la prima volta insieme con la comparsa conclusionale nel giudizio di appello: la tutela degli interessi della prole è sottratta all’iniziativa e alla disponibilità delle parti e il giudice ha sempre il potere di adottare d’ufficio, in ogni stato e grado del giudizio di merito, tutti i provvedimenti necessari per la migliore protezione dei figli e di esercitare, in deroga alle regole generali sull’onere della prova, i poteri istruttori officiosi necessari alla conoscenza della condizione economica e reddituale delle parti” (Cass., Sez. I, 24 agosto 2018, n. 21178, sent.)

Le istanze a tutela del minore possono essere oggetto di diversi procedimenti, cui corrispondono, anche in ragione della competenza funzionale, riti e regole differenti.

La tendenza, a fronte di accese discussioni sulle conseguenze dell’eccessiva frammentazione delle competenze - sul piano della tempestività dell’intervento - e della molteplicità dei riti applicabili – sul piano della concreta equiparazione tra figli nati nel matrimonio e figli nati fuori dal matrimonio - è quella di affievolire le divergenze tra processo ordinario, camerale e minorile (B. Poliseno, Poteri del giudice, relazione investigative e tutela della prole, in Fam. e dir., 5, 2019, p. 474 ss.). Si pensi al riconoscimento di ampi poteri di ufficio al Giudice ordinario anche in deroga alle regole generali sull’onere della prova e la decadenza previste per il processo a cognizione piena; il tutto, naturalmente, a tutela dell’interesse preminente del minore.

Anche in questo caso siamo in presenza di un orientamento consolidato e si può condividere l’opinione di chi afferma che contribuisce a “tracciare un regime processuale unico e regole comuni a tutti i casi di scioglimento della coppia genitoriale” (cosi Poliseno, cit., p. 476). D’altra parte, l’art. 337 octies c.c. ci ricorda che, in tema di affidamento e mantenimento dei figli, il giudice può assumere anche di ufficio i mezzi di prova ritenuti necessari ed opportuni; inoltre, è la natura degli interessi coinvolti a giustificare elasticità nella valutazione delle sopravvenienze di fatto rispetto a rigide preclusioni che potrebbero pregiudicare, piuttosto che garantire, diritti fondamentali, e ciò evidentemente anche in fase di impugnazione.

5. Su talune garanzie processuali a tutela del minore ovvero su questioni specifiche più discusse e più recenti.

Nell’ambito delle procedure minorili, le questioni ancora oggi più discusse riguardano la partecipazione del minore e il suo diritto all’ascolto.

Nei procedimenti di scioglimento della coppia genitoriale la tutela degli interessi dei figli minori dovrebbe essere garantita, dinanzi al Tribunale ordinario, dall’attività del Pubblico Ministero; la prassi di buona parte delle corti di merito registra purtroppo un intervento solo formale del Pm rispetto all’attività istruttoria e decisionale del tribunale. Eppure non vi è dubbio che quando si discute di genitorialità, affidamento e collocamento, può esservi un conflitto di interessi tra il minore e i genitori, tale da portare a pericolose strumentalizzazioni, anche nel corso di disposte indagini peritali sulla capacità genitoriale.

Da questa riflessione deriva l’importanza dei più recenti orientamenti della Corte di Cassazione in tema di curatore del minore, difesa tecnica del minore, tanto nei procedimenti de potestate e di adozione quanto nei procedimenti di separazione, divorzio, scioglimento dell’unione di fatto.

5.1 Segue. Nelle procedure di adottabilità.

La dichiarazione dello stato di adottabilità è l’esito di un procedimento di competenza del Tribunale per i Minorenni, con struttura contenziosa, regolamentato dalla legge n. 184 del 1983 e succ. mod. (F. Tommaseo, Giudizi di adottabilità: il ruolo del tutore, del tutore provvisorio e del curatore speciale, in Fam. e dir., 7, 2019, p. 721 ss.; S. Boccagna, Rappresentanza e difesa del minore nel giudizio di adottabilità, in Riv. dir. e proc. civ., 2011, p. 408 ss.) e la cui finalità è garantire ai minori che ne siano privi un ambiente familiare (si pensi ai positivi effettivi di una tempestiva dichiarazione di adottabilità per tutti i minori non accompagnati che giungono nel nostro Paese e i cui genitori sono deceduti o ignoti: l’art. 37 bis della legge adoz. stabilisce che le nostre regole si applicano anche ai minori stranieri in Italia in situazione di abbandono).

Regole fondamentali sono: la necessaria partecipazione al giudizio del minore, in persona del suo legale rappresentante e dei genitori, litisconsorti necessari, oppure, ove manchino, dei suoi parenti entro il quarto grado con i quali ha un rapporto significativo, secondo quanto stabilisce in primis la Convenzione di New York sui diritti del fanciullo (art. 9, comma 2); la necessaria audizione, a pena di nullità, oltre che del minore capace di discernimento, degli affidatari (art. 5, comma 1, della legge adoz. modificato dalla legge n. 173 del 2015 – art. 2), anche nei processi già in corso (Cass., n. 22934/2017).

In base all’art. 8, comma 4, il procedimento di adottabilità si deve svolgere fin dall’inizio con la partecipazione e l’assistenza legale del minore. Ciò significa che, sebbene non sia scritto in nessuna regola, il minore, o meglio il suo rappresentante legale, va avvisato dell’apertura del procedimento, così come i suoi genitori. La lettura sistematica delle norme contenute nella legge sulle adozioni, suggerita, proposta e condivisa dalla dottrina più autorevole anche in relazione alla loro finalità, induce a ritenere che il rappresentante legale del minore debba essere il tutore che deve essere nominato dal Tribunale per i Minorenni tutte le volte in cui, in ragione dell’apertura del procedimento, vi sia stata decadenza dell’esercizio della responsabilità genitoriale di entrambi i genitori o anche il minore, straniero o italiano, sia orfano. Il minore può attraverso il tutore partecipare al procedimento in cui si accerta il suo stato di adottabilità, esercitando il diritto alla difesa e al contraddittorio.  Ciò vale anche per il tutore provvisorio, nominato ai sensi dell’art. 10 legge sulle adoz. norma che, in quanto speciale, prevale sull’art. 78, comma 1, c.p.c., escludendo la possibilità o anche la necessità di nominare un curatore.

Diversa è l’ipotesi in cui i genitori, non sospesi dalla responsabilità genitoriale, o il tutore si trovino in conflitto di interessi con il minore, contemplata dal secondo comma dell’art. 78; in questo caso il Tribunale per i Minorenni provvede anche d’ufficio, come suggerisce l’art. 9 della Convenzione di Strasburgo (Convenzione del 1996 sull’esercizio dei diritto del fanciullo, ratificata con la legge n. 77 del 20.03.2003), alla nomina di un curatore speciale, ma solo previa verifica del conflitto di interessi in concreto.

Il passaggio successivo, affinché le garanzie processuali della legge sulle adozioni siano rispettate ed effettive, è la difesa tecnica del minore. Il tutore o il curatore nominati hanno il dovere di conferire incarico ad un difensore per la rappresentanza e l’assistenza del minore in ogni fase, stato e grado della procedura, ove non siano essi stessi avvocati, il che è non solo possibile e frequente nella prassi ma auspicato dalla Convenzione di Strasburgo. Ove non provvedano si potrà provvedere di ufficio, secondo l’interpretazione offerta dalla dottrina dell’art. 10 della legge sulle adozioni (esiste però giurisprudenza contraria che si concentra in tal caso sulla sostituzione di tutore e curatore inadempiente).    

5.2 Segue. Nei procedimenti “altri”. La partecipazione del minore e la garanzia del gravame.

“I provvedimenti riguardanti il diritto degli ascendenti di mantenere rapporti significativi con i nipoti minorenni di cui all’art. 317 bis c.c. sono idonei al giudicato rebus sic stantibus al pari dei provvedimenti ablativi o limitativi della responsabilità genitoriale e come tali sono ricorribili in Cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost” (Cass., Sez. I, 25 luglio 2018, n. 19779).

“La Cassazione conferma l’orientamento giurisprudenziale più recente, per cui il provvedimento ablativo della responsabilità genitoriale, essendo revocabile e modificabile solo per fatti sopravvenuti, ha natura decisoria. Pertanto, il decreto emesso dalla Corte d’Appello in sede di reclamo è impugnabile con ricorso straordinario per Cassazione. Inoltre, l’art. 336, ultimo comma, nel prescrivere che il minore deve essere assistito da un difensore fa intendere che nei giudizi de potestate il minore è parte del procedimento ma deve stare in giudizio con un curatore speciale che rappresenti ed assista l’incapace, stante il conflitto di interessi tra questi ed i suoi genitori, una nomina prevista dalla regola generale di cui all’art. 78, comma 2, c.p.c.” (Cass., Sez. I, 12 novembre 2018, n. 29001).

I provvedimenti idonei ad incidere sulla vita del minore e sulle sue relazioni affettive non sono solo quelli di adozione. Anche nei procedimenti di separazione vengono assunte decisioni che possono modificare o stravolgere le sue abitudini e in cui, soprattutto in presenza di strumentalizzazioni, il rischio della “perdita della relazione parentale”, paradossalmente anche se sana, è dietro l’angolo. In questi giudizi il minore è già di fatto una parte in senso sostanziale.

Nelle procedure cd. de potestate, anche quando la competenza è, ai sensi dell’art. 38 disp. att. c.c., del Tribunale ordinario, l’art. 336, ult. comma, c.c. (come modificato dalla legge n. 149/2001),  prevede la nomina di un difensore del minore (F. Danovi, Il curatore speciale del minore quale ulteriore raccordo tra giudice minorile e giudice ordinario, in Fam. e dir., 7, 2019, p. 696 ss.).

Secondo la Suprema Corte la norma trova applicazione solo in riferimento alle procedure che possono comportare una limitazione o eliminazione della responsabilità genitoriale ove si appalesi in concreto un contrasto di interesse fra il minore e uno o entrambi i genitori (Cass., n. 7478/2014)

E’ la Convenzione di Strasburgo, in verità, a richiedere come regola e non come eccezione che si proceda sempre alla nomina di un rappresentante legale del minore che gli consenta di nominare un difensore e di partecipare al procedimento che lo interessa. La nostra Corte, su tali basi, ha condiviso in più di un’occasione la riflessione per cui il conflitto di interessi è praticamente in re ipsa tutte le volte in cui si discute di responsabilità genitoriale e il minore sia portatore di fatto di un proprio interesse contrapposto a quello dei suoi genitori (Cass., n. 12962/2016; n. 1957/2016 sulla scia della sentenza a Sezioni Unite n. 22238 del 21 ottobre 2009).

In questi casi, se è vero che la prima garanzia sarebbe rappresentata, in tutte le procedure “altre” ovvero di scioglimento della coppia genitoriale, dall’ascolto del minore (a pena di nullità, Cass., n. 32309/2018), è chiaro che è ben diverso consentire al minore di partecipare al giudizio, divenire parte a tutti gli effetti, avere un’adeguata difesa tecnica, quando l’emanando provvedimento è destinato ad avere effetti sulle sua sfera esistenziale. Consentire al minore di assumere la qualità di parte anche in senso formale non significa coinvolgerlo oltre modo nel conflitto ma far sì che nel conflitto in cui già si trova abbia una posizione autonoma, meritevole di considerazione e tutela. Almeno quelle volte in cui il conflitto di interessi è concreto ed evidente. La nomina del difensore dovrebbe passare implicitamente per la nomina del curatore speciale.

Ciò implica la facoltà per il minore di esercitare altresì i poteri che il codice di rito riconosce. La questione è oggi particolarmente importante alla luce del nuovo orientamento della Suprema Corte in tema di ricorribilità per cassazione, ai sensi dell’art. 111 cost., dei provvedimenti emessi all’esito dei procedimenti de potestate (R. Donzelli, Garanzia del ricorso per cassazione e provvedimenti decisori nell’interesse del minore, in Fam. e dir., 3, 2019, p. 267 ss.). La possibilità di attivare il controllo di legittimità della Corte su provvedimenti emessi all’esito di un rito camerale e di volontaria giurisdizione rappresenta una garanzia di portata incredibile. La stessa Suprema Corte, nel mutare sul punto radicalmente il proprio orientamento trentennale, precisa che ciò avviene per “ragioni obiettive”, ovvero per la “mutata veste assunta dal minore” nei procedimenti che lo interessano; la ricorribilità in cassazione già prevista per le decisioni assunte all’esito di giudizi camerali sulla genitorialità, promossi, ad esempio, ex art. 710 c.p.c.; la competenza, ex art. 38, dei tribunali ordinari, i cui provvedimenti sono sempre ricorribili, anche per la compressione della responsabilità genitoriale. I provvedimenti de potestate, praticamente, resterebbero gli unici provvedimenti assunti nell’interesse della prole nell’ambito di procedimenti in cui si discute della genitorialità privi del controllo di legittimità e ciò sebbene, ai sensi degli artt. 332 e 333 c.c., siano modificabili o revocabili solo sulla base di una valutazione di circostanze, di fatto o di diritto, sopravvenute, e dunque idonei ad acquistare efficacia di cosa giudicata rebus sic stantibus.

Il nuovo orientamento trova conferma nella sentenza, ancora più recente, n. 29001 del 12 novembre 2018 (A. Frassinetti, Curatore speciale per il minore e garanzia del ricorso per cassazione, in Fam. e dir., 4, 2019, p. 370 s.), che è riassuntiva rispetto a tutto quanto sin qui detto.  In questa occasione la Corte torna sulla rappresentanza processuale del minore nel procedimento de potestate e ribadisce, dirimendo ogni dubbio, la portata generale dell’art. 78 e la diretta applicabilità delle norme sovranazionali (Convenzione di New York e Convenzione di Strasburgo) che integrano il nostro sistema interno delle fonti: è in forza di tali norme che è sempre possibile per il Tribunale nominare di ufficio un curatore speciale in rappresentanza del minore; la mancata nomina determina, anzi, la nullità dell’intero procedimento che, di conseguenza, torna in primo grado con obbligo di integrazione del contraddittorio.

6. Conclusioni

Il curatore speciale nominato nei procedimenti sulla genitorialità che non siano quelli di adozione o de potestate è strumento di garanzia processuale a tutela dei diritti fondamentali del minore. Dotato di specifiche competenze deve cooperare perché si adottino soluzioni e decisioni effettivamente rispondenti alla volontà e alle esigenze del minore e perché si pervenga alla composizione della lite in corso.

E’ il difensore tecnico del minore l’ulteriore imprescindibile garanzia, che rende concreta una partecipazione che rischia altrimenti di rimanere comunque “esterna” al processo. Anche tale garanzia, ovvero l’esercizio del diritto di difesa, è già prevista dai documenti internazionali più volte richiamati dalla Corte e deve esplicarsi in ogni fase del processo.

La specializzazione del difensore è un’ulteriore garanzia, che è rimessa alla categoria.

Resta un ultimo traguardo, rimesso infine e necessariamente al legislatore, ovvero l’unificazione delle competenze e delle procedure attraverso la concentrazione in un unico tribunale di tutti i procedimenti minorili.






*Relazione tenuta dall'avv. Paesano a Potenza il 15 ottobre 2019 in occasione del Seminario di aggiornamento professionale organizzato dall'AMI Basilicata sui più recenti orientamenti della Corte di Cassazione in materia di Famiglia e Minori con lapresentazione del volume del Cons. Dott. Paolo Di Marzio "Famiglia, matrimonio, minori e soggetti bisognosi in Cassazione"


Manifesto-15-10-19-Famiglia-e-Minori-def..pdf
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